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Archive for 15 febbraio 2019

Energy and Strategy Group PoliMi: in Italia è digitale solo il 5% dei 353 progetti per la gestione sostenibile dell’energia

Posted by Freemilano su 15 febbraio 2019

#Energy and #Strategy #Group #PoliMi: in #Italia è #digitale solo il 5% dei 353 progetti per la gestione sostenibile dell’energia www.energystrategy.it

Energy & Strategy Group – School of Management Politecnico Milano

Secondo Digital Energy Report: in Italia solo il 5% dei 353 progetti

per la gestione sostenibile dell’energia sfrutta le tecnologie digitali

Vittorio Chiesa: “Gli interventi sono cresciuti, soprattutto quelli di privati e imprese, ma occorre che siano integrati e gestiti da ‘cabine di regia’ aperte anche a Università e centri di ricerca, se si vuole fornire un servizio al cittadino e migliorare la vita nelle città. Inoltre, la normativa dovrebbe favorire gli investimen­ti nel digitale, come è stato fatto nel settore indu­striale con il Piano Industria 4.0”.

I nuovi trend: le applicazioni in ambito energetico della blockchain e dei big data and analytics

Milano, 14 febbraio 2019 – In Italia, su 353 progetti legati alla gestione sostenibile dell’e­nergia e messi in campo nelle prime 15 città smart (Milano, Bologna, Venezia, Firenze, Torino, Padova, Bergamo, Vicenza, Reggio Emilia, Trieste, Modena, Ravenna, Rimini, Trento e Genova), solo il 5% sfrutta appie­no le tecnologie digitali e nemmeno quelle di ultima generazione. In genere, nel campo dell’energia sono ancora preponderanti i progetti dove il digitale quasi non viene usato o ha un impiego di base, legato alla connetti­vità o alla disponibilità di informazioni. Allo stesso modo, arrivano appena a 47 milioni di euro gli investimenti in progetti digi­tali che hanno a che vedere con l’uso smart dell’energia, nella maggior par­te dei casi gestiti con “cabine di regia” troppo ristrette che faticano a integrare tutti gli attori pubblici e privati del sistema.

E’ un quadro dunque con molte ombre quello delineato dalla seconda edizione del Digital Energy Report – redatto dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano con la collaborazione di numerose aziende partner e presentato questa mattina – a cui si affianca però qualche spiraglio di luce.

“C’è stata una crescita importante, soprattutto nell’ultimo triennio, del numero di pro­getti di digital energy a livello di città – commenta Vittorio Chiesa, Direttore responsabile dell’Energy&Strategy Group -, con una maggiore attenzione alla varie­tà degli ambiti contemporaneamente interessati, dal living alla mobility all’environment, e un aumento ancora più sostenuto degli investimenti da parte dei privati sulle tecnologie, con un primo ti­mido affacciarsi di esperimenti di com­munity. Una crescita che ha riguardato anche gli esempi di applicazione di tecnologie digitali di seconda generazione, dalla blockchain ai big data & analytics. A volerla vedere in positivo, quindi, vi è un substrato di apparati e infrastrutture che si sta costruendo e che può rap­presentare un punto di svolta, o se vogliamo di partenza, per lo sviluppo della digital energy nelle no­stre città smart”.

Digital energy e smart city in Italia – Il Digital Energy Report 2018 ha identificato e mappato l’utilizzo delle soluzioni di digital energyall’inter­no delle smart city. Sono tre i filoni lungo i quali è possibile leg­gere la digitalizzazione energetica: living, che ha a che vedere con gli edifici e l’illuminazione pubblica; mobility, che riguarda le soluzioni e le infrastrutture per la mobilità; environment, che riguarda la produzione di energia, le infrastrut­ture di rete e la gestione dei rifiuti.

A ognuno di questi filoni corrispondono una gran­de varietà di soluzioni tecnologiche e possibili configurazioni che si diffe­renziano per livello di digitalizza­zione, grado di com­plessità e focus sui contesti energetici. Dall’incrocio di queste tre dimen­sioni è stato possibile classificare i pro­getti in 15 smart city italiane.

“Le so­luzioni mappate sono quelle che hanno visto un’azione di regia esplicita da parte della città analizzata – spiega Chiesa -. E’ evidente come vi siano mol­to maggiori investimenti in tecnolo­gie per la digital energy da parte dei privati e delle imprese sul territorio. Pur tuttavia, una cosa è dotarsi di soluzioni e tecnologie di digital energy in maniera indipendente e autonoma, al­tro è integrarle con una forma di regia, con l’esplicito obiettivo di offrire un servizio che migliori l’efficienza energetica della comunità. Il quadro che esce non è roseo, ma va interpretato come uno stimolo ad aumentare gli investimenti coor­dinati e a in­tegrare quanto fatto dai privati”.

Ad esempio, ecco i numeri della città di Milano: 43 i progetti attualmente in essere re­lativi al comparto energia, dei quali oltre la metà (55%) in ambito mobility, il 26% living e il 19% environment. Ben il 59% però è sta­to classificato come analogico, cioè senza soluzioni digitali, il 32% come digital-enabled (cioè con la tecnologia come elemento abilitatore) e solo il 9% come vera soluzione digital. Non è dunque possibile definire Milano una città evoluta digitalmente, tuttavia ha intrapre­so dal 2012 un percorso di digitalizzazione e sta introducendo a poco a poco una se­rie di servizi che vedono il fattore di­gitale più come abilitatore che come elemento chiave per la sua fruizione. In più, nella maggior parte dei progetti il Comune di Milano ha un ruolo centrale di pro­motore e sponsor delle iniziative.

Se si solleva lo sguardo a livello Paese, in Italia sono stati mappati 353 proget­ti in essere relativi al com­parto energia, di cui il 28% in ambito envi­ronment, il 40% mobility e il 32% living. Di essi, ben il 74% è analogico, cioè senza soluzioni digitali, il 21% è digital-enabled e appena il 5% è veramente digitale. Si conferma dunque il trend che vede i progetti analogici come preponderanti, ma la presenza seppur minoritaria delle altre due categorie lascia ben sperare per il futuro.

Vi sono differenze, tuttavia, che vale la pena sottolineare tra le diverse realtà: le grandi città presentano po­chi progetti digital, generalmente sotto il 10%, ma quelli digital-enabled sono il doppio o il triplo. Ciò potrebbe indicare che città come Milano, Firenze e Torino, ma anche Modena, Rimini o Reg­gio Emilia tra le piccole, stanno educando gradualmente i cittadini in modo da implementare in futuro soluzioni maggiormente digitali. Altre grandi città invece hanno adottato strategie di sviluppo differen­ti: Bologna ha puntato fortemente su soluzioni integrate che coprissero sia la mobilità che il living e l’environment, che è l’approccio preferibile perché il più efficace.

Al contrario, To­rino e Padova si sono focalizzate quasi soltanto su uno dei tre filoni, mentre Milano e Genova hanno scelto un approccio ibrido, impegnandosi maggiormente in un ambito senza dimenticare gli altri due. Le città più piccole hanno sviluppato molti meno progetti rispetto alle grandi ma hanno coperto general­mente almeno due dei tre aspetti.

Poche città, tra cui Milano, Bologna, Bergamo e Rimini, hanno avviato soluzioni di efficientamento dell’illuminazione pubblica e monitoraggio da remoto, in alcuni casi unite all’utilizzo di rilevatori di presenza per una migliore ottimizzazione. Circa la metà delle realtà analizzate è partita dalla mobilità prima di affrontare gli altri filoni; come controprova, in ambito environment le poche soluzioni attuate sono ancora analo­giche e gli unici progetti digital-enabled riguardano la gestione dei rifiuti, con cassonetti intelligenti che hanno cominciato a diffondersi negli ultimi anni.

Le “cabina di regia” – Ogni progetto è stato realizzato con la collaborazione di numerosi enti, vale quindi la pena di analizzare come ha funzionato la “ca­bina di regia”, ossia l’insieme degli attori che hanno definito e imple­mentato i progetti e i ruoli che hanno assunto. E’ stato possibile estrapolare tre differenti modelli. Il primo è caratterizzato dalla collaborazione tra enti pubbli­ci e aziende private sia nella definizione che nell’implementazione, come nel caso dei progetti Gestione info Mobilità (GiM) a Mila­no, Venezia, Firenze e Reggio E­milia, Piattaforma Traffi­co a Firenze e Rimini, Isole Digitali a Milano e Sistema di na­vigazione della rete infrastruttura­le del TPL a Modena.

Il secondo vede la col­laborazione tra enti pubblici, aziende pubbliche e private, come nel caso di S.I.MO. NE. (Sistema Innovativo di gestione della Mobilità per le aree metropoli­taNE) a Bologna, Tori­no e Genova ed il Portale alert Mobilità a Milano. Il terzo unisce enti pubblici, aziende, aziende no-profit, università e istitu­ti di ricerca, come nei progetti Isola Digitale a Bergamo, REGAL a Vicenza, Smart Ligh­ting 4 smart digital city e QROWD a Trento, MOV-e a Genova, Smart City Test Plan a Bologna e Cassonet­ti Intelligenti a Milano.

Gli investimenti – Gli investimenti complessivi dei pro­getti mappati ammontano a poco più di 47 milioni di euro, il 52% in ambito environment, mentre il mobiity pesa per il 30% e il living appena per il 18. Il confronto tra la ridotta disponibilità di fondi pubblici stanziati e le attività di investi­mento che invece i privati stanno portan­do avanti su soluzioni e tecnologie abilitanti la digital energyin ambi­to urbano è veramente impietoso.

Dunque, se si amplia l’orizzonte di analisi anche a ciò che sta accadendo nel settore privato, e non solamente in quello pubblico, si può notare come gli investimenti in ambito energetico siano in crescita, benché legati ancora a soluzioni analogiche più che digitali. “L’amministrazione pubblica dovrebbe porsi in questo ampio scenario come un faro capace di sviluppare e for­nire una guida a livello di organizza­zione complessiva – conclude Chiesa -, ad esempio identificando un’appropriata normativa che spinga gli investimen­ti privati verso tecnologie digitali, come è stato fatto nel settore indu­striale con il Piano Industria 4.0. Inoltre, dovrebbe identificare una cabina di regia replicabile ed effica­cie composta non solo dal Comune o dalla Provin­cia sede del progetto ma anche da aziende private, università, centri di ricerca, così da orientare verso soluzioni sempre più digitali”.

Le soluzioni di digital energy emer­genti per le smart city – Lo sviluppo delle Smart City è legato a quello delle tecnologie digitali: quali sono i trend di maggiore rilievo e quali impatti potranno avere in futuro? La parte finale dell’Osservatorio fornisce una vi­sione d’insieme delle principali soluzioni digital applicate al settore dell’energia, in particolare quelle legate alla blockchain e ai big data and analytics.

Blockchain – La blockchain è una tecnologia che permette la gestio­ne di transazioni condivise tra più nodi di una rete senza il bisogno di intermediari. In ambito energetico, i principali van­taggi includono la sicurezza, la decentraliz­zazione, la trasparenza, l’efficienza e la velocità: attraverso gli smart con­tract (programmi che registrano i termini di un accordo di transazione tra due o più par­ti all’interno di righe di codice de­positate nella blockchain) viene attivato il pagamento in tempo reale, eliminando i costi relativi alla fatturazione e ai mancati pagamenti.

Nel Rapporto si sono considerati i vari tipi di blockchain, “permissionless”, “per­missioned” e ibride, sulla base della tipologia di accesso (aperta o chiusa) e di controllo (centralizzato o diffu­so). Sono quindi sta­te mappate in ambito energy le varie applicazio­ni in base ai filoni di riferimento.

Living: si potrebbero utilizzare criptovalute basate sulla blockchain per effettuare il pagamento dell’energia consuma­ta. I benefici per le utility includerebbero la riduzione dei tempi di fatturazione, del capitale circolante e dei mancati pa­gamenti (così come dei relativi costi di recu­pero crediti). Si ipotizzano anche alcuni vantaggi per gli utenti finali: tramite microgrid private, ad oggi non abilitate a livello di normativa, potrebbero utilizzare gli smart con­tract per fatturare l’erogazione.

Mobility: la blockchain potrebbe contribuire alla diminuzione dell’impatto negativo della mobilità elettrica sulla rete di trasmissione e distribuzione elettri­ca, abilitando anche la ricarica V2G/V2X.

Environment: la tecnologia blockchain potrebbe facilitare lo sviluppo di piattaforme decentralizzate per la vendita di commodity energetiche, incentivare la pro­duzione di energia da fonti rin­novabili, automatizzare il pro­cesso di emissione dei certificati verdi, facilitare la vendita di energia elettrica P2P e la creazione di microgrid. Infine, una volta superate le li­mitazioni normative, favorirà l’aumento del numero di soggetti abilitati a fornire servizi legati alla flessibilità grazie all’aggregazione di impianti e/o microgrid in Virtual Power Plants.

Big data and Analytics – Le città sono una fonte inesauribile di dati e informazioni. Il punto di partenza per le smart city sta proprio nella consapevolez­za di disporre di un patrimonio che acquista valore se si ha la capacità di analizzarlo: dati generati in modo consapevole e altri “inconsape­voli”, dati pubblici e privati, dati finalizzati a un obiettivo o alla conoscenza del territorio. Il tutto genera un flusso di informazio­ni che permette di legge­re sempre più in dettaglio come vie­ne vissuta la città e fornire servizi ai cittadini.

Per diventare smart, le città de­vono impegnarsi su tre livel­li, che definiscono l’architet­tura smart city in ambito dati: apparati fisici, cioè contato­ri, sensori, rete di trasmissione; gestione ed elaborazione del dato (big data, analytics, piattaforme); utilizzo del dato elaborato per la fruizione di servizi connessi alla città.

Esistono tuttavia diverse criticità le­gate alla raccolta e all’utilizzo dei dati resi disponibili dai sensori, così come all’interoperabilità delle informazioni, alla standardizzazione dei processi di reperimento e alla velocità necessaria alla fruizione in real time, alla privacy e all’accessibilità dei dati ai provider di servizi. Perché cittadini e aziende possano godere a pieno dei benefici, è opportuno che i dati raccolti siano accessibili e resi disponibili a tutti gli utilizza­tori, in modalità open data.

Dopo aver analizzato le caratteristiche delle tecnologie big data e analytics, sono state mappate le seguenti ap­plicazioni specifiche all’ambito ener­gy.

Living: il consumo domestico e aziendale di elettricità potreb­be essere ridotto considerevol­mente con l’utilizzo di data platform, incentivando l’a­dozione di comportamenti più consapevoli da parte dei resi­denti e aumentando l’efficien­za energetica delle aziende.

Mobility: il crescen­te sviluppo delle data platform impatterà notevolmente sulla mobilità cittadina. Lo smart street lighting, ovvero l’in­stallazione di “pali smart” con sen­sori per il monitoraggio ambienta­le, la gestione del flusso luminoso, il rilevamento del traffico veicolare/pedonale, offre informazioni ri­guardo a condizioni meteo, ana­lisi ambientali, traffico, situazioni critiche, videosorveglianza, disponibilità di parcheggi, internet access point. Grazie alle piattaforme Internet of Things (IoT) i dati raccolti dai sensori permetteranno di proporre ai cittadini una gamma sempre più ampia di servizi, regolare in tempo reale il flusso luminoso ero­gato dai lampioni, promuovere l’utilizzo del trasporto pubblico locale riducendone tempi e costi. Si faciliterà lo sviluppo di tecnologie di autonomous driving, aumentando la sicurezza stradale.

Environment: considerando le fon­ti rinnovabili variabili e intermit­tenti, l’adozione di data platform aumenterà l’effi­cienza di produzione degli impianti fotovoltaici ed eolici. Il bilanciamento delle microgrid sarà reso più efficiente, permettendo di raggiungere livelli più elevati di au­tosufficienza energetica. Inoltre, le piattaforme dati consentiranno di individuare agevolmente perdite idriche e intervenire prontamente, rendere più efficiente la raccolta dei rifiuti urbani e supportare lo sviluppo di smart district, quartieri a basso impatto ambientale.

Il Rapporto si conclude descrivendo le principa­li tecnologie digitali, le loro funzionalità e i motivi di successo e insuccesso, in particolare nel settore ener­gia, applicabili alla dimensione smart city/smart community o a quella di nuovi servizi messi sul mercato dalle imprese. Molte sono già disponibili oppure in fase avanzata di progettazione, ma restano numerose sfide da fronteggiare per per­metterne una implementazione più diffusa, prime fra tutte il blocco normativo derivato da una legislazione frammen­taria e non dedicata, come avvie­ne invece con il Piano Industria 4.0, e la marcata difficoltà nella condivisione dei dati e nell’allineamento degli investimen­ti, pubblici e privati.

www.energystrategy.it

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Osservatorio IoT PoliMi: il mercato della SmartHome

Posted by Freemilano su 15 febbraio 2019

#Osservatorio #IoT #PoliMi: il #mercato della #SmartHome vale 380 mln di euro (+52%.), il 41% degli italiani ha in casa un oggetto #smart https://www.osservatori.net

Osservatorio Internet of Things

CRESCE IL MERCATO DELLA SMART HOME: 380 MILIONI DI EURO NEL 2018, +52%

IL 41% DEGLI ITALIANI POSSIEDE ALMENO UN OGGETTO SMART

L’Italia è tra i primi paesi europei per tasso di crescita del mercato, ma come valore è superiore soltanto alla Spagna (300 mln di euro, +59%); ancora ampio il divario con Germania (1,8 mld, +39%), Regno Unito (1,7 mld, +39%) e Francia (800 mln, +47%).

La quota della filiera tradizionale scende dal 70% al 50% del mercato, perdendo terreno a favore dei retailer online e offline, che pesano per il 40% (+160%). In lieve crescita anche assicurazioni, telco e utility.

Crescono conoscenza e diffusione degli oggetti smart, ma ben il 42% di chi possiede un oggetto connesso non ne usa le funzionalità più avanzate, perché non le ritiene utili o perché troppo complesse. Il 51% è preoccupato per i rischi legati alla privacy e ai cyber attacchi da parte di malintenzionati.

Milano, 15 febbraio 2019 – L’arrivo in Italia dei grandi Over The Top (OTT) con gli smart home speaker Google Home e Amazon Echo rivoluziona il mercato della casa connessa, che raggiunge un valore di 380 milioni di euro nel 2018, in crescita del 52% rispetto al 2017, portando investimenti in termini di comunicazione e marketing senza precedenti in ambito smart home e spingendo le vendite degli altri oggetti connessi, soprattutto legati al riscaldamento e all’illuminazione. Il trend di crescita del mercato italiano è paragonabile o addirittura superiore a quello dei principali paesi europei, anche se in termini assoluti il divario da colmare è ancora ampio. Insieme al mercato crescono anche il livello di conoscenza e la diffusione degli oggetti connessi nelle case degli italiani: il 59% ha sentito parlare almeno una volta di casa intelligente e il 41% possiede almeno un oggetto smart, con le soluzioni per sicurezza (come sensori per porte e finestre) in prima posizione. Il boom degli assistenti vocali ha favorito soprattutto i retailer online e offline, che insieme incidono per il 40% del mercato (in crescita del 160% rispetto al 2017), a scapito della filiera tradizionale – produttori, architetti, costruttori edili, distributori di materiale elettrico e installatori – che mantiene un ruolo di primo piano ma perde terreno in termini di quote di mercato (dal 70% del 2017 al 50% di quest’anno). Un ruolo importante, infine, continua a essere giocato dalle startup che sviluppano soluzioni di “casa connessa”: si moltiplicano le collaborazioni con i grandi player e continuano a crescere i finanziamenti erogati dagli investitori istituzionali. Sono 141 le nuove imprese censite a livello internazionale, di cui 102 finanziate, per un totale di 1,5 miliardi di dollari di investimenti raccolti.

Sono alcuni dei risultati della ricerca sulla Smart Home dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano (www.osservatori.net)* presentata oggi al convegno dal titolo “Smart Home: senti chi parla!”. “Il mercato delle soluzioni per la casa intelligente cresce a un ritmo molto elevato, trainato dallo sbarco in Italia degli smart home speaker che, oltre a generare buoni volumi di vendita, hanno anche trascinato le vendite di tutto il comparto – afferma Angela Tumino, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things -. La filiera tradizionale dei produttori e installatori non è stata per il momento in grado di sfruttare appieno le opportunità offerte dalle nuove soluzioni IoT per la casa, perdendo terreno nei confronti di retailer (tradizionali e online), produttori, assicurazioni, utility e telco, che insieme valgono ormai il 50% del mercato. Si intravedono tuttavia alcuni segnali di maggiore integrazione per il futuro”.

“Nonostante i grandi passi in avanti, rimangono ancora numerose barriere da superare – commenta Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things -. In primo luogo la comunicazione ai consumatori delle reali potenzialità di utilizzo degli oggetti smart, cresciuta molto con l’ingresso nel mercato degli OTT, ma ancora non adeguata se guardiamo agli altri produttori e ai i piccoli brand. Bisogna poi lavorare sulla formazione degli addetti all’installazione e alla vendita, spesso non in grado di fornire un adeguato supporto all’utente, e sull’offerta di servizi di valore abilitati dagli oggetti connessi. Un’ulteriore sfida per le aziende nel 2019 sarà valorizzare l’enorme mole di dati messi a disposizione dagli oggetti smart e dalle tecnologie emergenti come I’Intelligenza Artificiale e al tempo stesso gestire temi fondamentali come privacy e cyber security, in cima alle preoccupazioni degli utenti che possiedono o hanno intenzione di acquistare soluzioni per la casa intelligente”.

Il mercato – Il mercato italiano delle soluzioni per la Smart Home cresce molto rapidamente nel 2018, con un ritmo paragonabile o addirittura superiore a quello dei principali paesi europei. In termini assoluti, però, l’Italia si colloca davanti solo alla Spagna (300 milioni di euro, +59%), mentre è ancora ampio il divario con Germania (1,8 miliardi, +39%), Regno Unito (1,7 miliardi, +39%) e Francia (800 milioni, +47%). La quota maggiore di mercato è legata alle soluzioni per la sicurezza, che vale 130 milioni di euro, pari al 35% del mercato. In seconda posizione troviamo la principale novità del 2018, gli smart home speaker, che oltre a generare vendite per 60 milioni di euro (16% del mercato), hanno direttamente o indirettamente trainato buona parte della crescita complessiva. Di poco inferiori le vendite degli elettrodomestici, pari a 55 milioni di euro e al 14% del totale, fra cui spiccano le lavatrici – connesse, controllabili via App e dotate in alcuni casi anche di assistente vocale – che continuano a trainare le vendite del comparto. Si allarga l’offerta (alcuni produttori hanno già più di metà della gamma “connessa”), ma l’utilizzo delle funzionalità smart è un’abitudine solo per il 25% degli utenti che posseggono un elettrodomestico connesso (in crescita rispetto al 15% del 2017). Caldaie, termostati e condizionatori connessi per la gestione del riscaldamento e della climatizzazione incidono per il 12% del mercato (circa 45 milioni di euro), con un incremento dovuto alla crescente integrazione con gli assistenti vocali e alla possibilità per il consumatore di ottenere benefici importanti in termini di risparmio energetico e comfort. Tra le rimanenti soluzioni spiccano con una crescita del +50% le soluzioni per la gestione dell’illuminazione(lampadine connesse).

I canali di vendita – La filiera “tradizionale” continua a svolgere un ruolo importante all’interno del mercato Smart Home, con un valore di 190 milioni di euro (50% del mercato, +10% rispetto al 2017), anche se perde terreno in termini di quote di mercato (nel 2017 valeva il 70%). A fare da traino sono infatti gli eRetailer (78 milioni di euro, +140%) e i retailer multicanale (72 milioni di euro, +180%), che assieme costituiscono il 40% del mercato, sulla spinta dalle vendite degli smart home speaker e degli elettrodomestici connessi. Più limitate le vendite da parte di telco, assicurazioni e utility, che raggiungono complessivamente una quota pari al 10% del mercato. La crescita rispetto al 2017 (+60%) è dovuta soprattutto alle nuove offerte per la casa smart promosse nel corso dell’anno dagli operatori telco, che generano un volume di vendite pari a 21 milioni di euro (6% del mercato, +150%), focalizzate sulla promozione di servizi aggiuntivi e sulla semplificazione dell’esperienza utente. Le utility crescono meno (+20%) e a fronte di numeri inferiori alle attese sono ora alle prese con un generale riposizionamento dell’offerta, per cercare di riguadagnare terreno nel 2019.Il canale assicurativo si ferma al 3% del mercato (+25%), mancando l’atteso salto di qualità, ma sono numerosi i trend che si riscontrano in Italia e all’estero e che fanno ben sperare per una rapida crescita del settore.

I consumatori – La Smart Home è sempre più conosciuta tra i consumatori italiani: il 59% degli italiani ne ha sentito parlare almeno una volta, soprattutto attraverso i media tradizionali (50% da radio, tv e giornali, era il 59% nel 2017) e Internet (32%). Il lancio degli smart home speaker ha portato a una progressiva evoluzione delle abitudini dei consumatori, sempre più disposti ad acquistare in autonomia i dispositivi per la Smart Home (online o nei negozi) e a richiedere eventualmente in un secondo momento l’aiuto di un professionista per l’installazione: soltanto il 19% del campione, infatti, ha acquistato di l’oggetto connesso tramite il proprio installatore di fiducia, contro il 33% del 2017. Si consolida la diffusione di oggetti smart nelle case, presenti nel 41% delle abitazioni (+3%), anche se una buona fetta degli utenti non usa ancora le funzionalità smart di questi oggetti (42%), soprattutto a causa della scarsa utilità percepita (per il 41% è poco utile, il 34% non ne ha l’esigenza) e a volte per l’eccessiva complessità del prodotto (14%). Chi invece non possiede oggetti connessi non ne sente il bisogno (41%), li considera troppo futuristici (19%), non ne comprende appieno i benefici (12%) o non ne ha ma sentito parlare (8%).

Nonostante la buona crescita del mercato, sono ancora pochi i consumatori che si dichiarano interessati ad acquistare prodotti per la Smart Home in futuro, poco più di uno su tre (35%), e fra questi il solo il 10% prevede di comprare nei prossimi dodici mesi, mentre il 25% entro tre anni. Le soluzioni che riscuotono maggiore interesse per il 2019 riguardano la gestione dell’illuminazione (20% del campione) e gli smart home speaker (14%). Proprio gli assistenti vocali possono essere un volano per l’intero mercato, perché i consumatori più che per ottenere informazioni o gestire i propri impegni quotidiani vorrebbero usarli per gestire altri oggetti smart, come elettrodomestici (23%), caldaie e termostati (23%), luci (21%) e antifurto (16%). Ben più indietro troviamo invece le funzionalità più tradizionali, non legate al controllo di oggetti smart, che vanno dalla possibilità di ricevere informazioni in tempo reale (7%), alla gestione dell’agenda personale (7%), fino alla possibilità di effettuare acquisti online (4%) o prenotare cene, taxi e alberghi (4%). Man mano che i consumatori italiani familiarizzano con gli oggetti connessi, cresce la sensibilità nei confronti della privacy. Dal 2014 a oggi la percentuale di consumatori diffidenti riguardo alla condivisione dei propri dati personali è quasi raddoppiata, passando dal 27% al 51%, anche perché spesso non ne colgono i vantaggi.

Le tecnologie – Le tecnologie IoT per la comunicazione degli oggetti smart in casa sono ancora molto eterogenee, ma iniziano a emergere alcuni segnali di parziale convergenza. Tale livello di eterogeneità è spesso dovuto alla molteplicità di requisiti applicativi richiesti dai diversi oggetti connessi. “L’interoperabilità apre grandi opportunità in termini di esperienza d’uso e casi realizzabili ed è la chiave del successo della Smart Home come sistema e non come insieme di singoli oggetti indipendenti – commenta Antonio Capone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Internet of Things -. La strada per raggiungere questo obiettivo è ancora lunga e complessa, ma si stanno delineando alcune alternative promettenti, come la creazione di consorzi impegnati nella definizione di nuovi ecosistemi applicativi di integrazione o l’impiego di sistemi operativi embedded in grado di offrire una serie di funzionalità e servizi omogenei tra dispositivi compatibili e integrabili a livello hardware”. Il concetto di interoperabilità è in stretta correlazione con il concetto di integrazione. Questa nozione si può declinare secondo diversi approcci possibili: integrazione locale, direttamente tra i dispositivi intelligenti, tramite hub dedicati o multiprotocollo; integrazione abilitata dagli assistenti vocali, che consentono all’utente di interagire con gli oggetti smart tramite un’interfaccia unificata; e integrazione mediata dal cloud, tramite cui i dispositivi, attraverso opportune interfacce messe a disposizione dai vari cloud proprietari, riescono a integrarsi e a creare funzionalità comuni.

L’Intelligenza Artificiale al servizio della Smart Home – L’Intelligenza Artificiale (AI) abilita lo sviluppo di innumerevoli applicazioni per la Smart Home in grado di generare nuove opportunità di business per le imprese e di fornire un supporto concreto alle persone all’interno dell’abitazione. “Sono tre i ruoli principali che l’AI può giocare in questo mercato – analizza Giovanni Miragliotta, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Internet of Things -. Gli algoritmi di machine learning possono agire dentro gli oggetti connessi, migliorandone le funzionalità ed elaborando i dati senza la necessità di passare dal cloud. L’AI, poi, può migliorare ulteriormente il funzionamento e la capacità di comprensione degli assistenti vocali e si candida, infine, a diventare una vera e propria governante delle nostre abitazioni. I tre approcci non sono mutualmente esclusivi, ma anzi possono (e devono) essere sviluppati in maniera congiunta e integrata tra loro per liberare appieno il potenziale dell’Intelligenza Artificiale all’interno delle nostre abitazioni”

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