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La sindrome post-Covid, cos’è e come intervenire

Posted by Freemilano su 20 aprile 2021

La sindrome post-Covid, cos’è e come intervenire

Intervista al Dr. Evasio Pasini, Medico Cardiologo e Patologo Clinico, già professore a.c. Università degli Studi di Brescia, in prima linea sui pazienti Covid di Brescia, co-autore del libro “Il coraggio e la passione – Brescia e il Covid-19”, edito da Fondazione Spedali Civili di Brescia.

Covid-19 e Sindrome Post-Covid - Formative ZoneSolo in Italia, dall’inizio della pandemia, risultano ad oggi guariti da Covid-19 oltre 1.600.000 pazienti, che, dopo aver affrontato la patologia con sintomi più o meno gravi, si sono negativizzati. Un vero “esercito” che, ad un anno dagli esordi del virus e dalla prima ondata, se da un lato ci rassicura sugli esiti di mortalità del virus (i deceduti sono lo 0,25-0,5% dei contagiati), dall’altro apre scenari nuovi e ancora tutti da definire su quella che a tutti gli effetti sembra essere una vera e propria “sindrome post-Covid” che colpisce tra il 50 e l’80% di coloro che sono usciti dall’infezione, indipendentemente dalla gravità dei sintomi che hanno presentato. Uno scenario su cui non sappiamo molto e che potrebbe diventare una nuova, imponente voce di spesa pubblica e sanitaria, viste le conseguenze “long term” della malattia.

Stanchezza cronica, dolori muscolari, difficoltà respiratorie, problemi cardiaci: questi alcuni dei sintomi che permangono anche per molti mesi in chi ha contratto il Covid-19 e che possono risultare debilitanti, abbassando la qualità di vita e impattando sulle performance lavorative dei soggetti coinvolti.

«Recentissimi studi hanno dimostrato che il più ricorrente dei sintomi, la stanchezza, è presente in circa l’80% dei pazienti studiati. Molti pazienti hanno persino difficoltà a salire un piano di scale o ad alzarsi dal letto. Seguono: la dispnea (o fame d’aria) che è presente nel 65% dei casi, ed i dolori diffusi (incluso al torace) riferiti nel 5% dei casi.», spiega il Dr. Evasio Pasini.

Ma perché si evidenzia questa nuova serie di sintomi persino dopo che il tampone risulti negativo?

«L’ipotesi più semplice, a cui si è subito pensato è l’alterazione della disponibilità di ossigeno nel sangue, dovuta ad una riduzione della diffusione polmonare, secondaria ad un danno permanente o di lenta risoluzione dell’interstizio polmonare, conseguente alla polmonite virale acuta. Tale ipotesi non convince però totalmente. Infatti, è interessante notare che solo una minima parte dei pazienti con Sindrome post-Covid ha avuto una grave insufficienza respiratoria acuta. Tuttavia, i sintomi di tale sindrome, in particolare l’astenia e la fatica, sono presenti anche nei pazienti che hanno avuto sintomi molto leggeri (quali la febbre) con o senza tosse per alcuni giorni e/o semplici dolori articolari simili a quelli influenzali.

Ipotizziamo quindi un meccanismo diverso, alla base della sindrome post-Covid, che chiama in causa le modalità di replicazione del Virus. Infatti, come ogni altro Virus, anche il Covid-19 attacca le cellule del nostro corpo, formate da molte molecole, tra le quali proteine, a loro volta costituite da catene di aminoacidi, e le scinde per utilizzare gli aminoacidi così disponibili per poter creare nuovi virioni identici al Virus di partenza. Come prima cosa il Virus, dunque, attacca e penetra all’interno della cellula. In seguito avviene la fase di svestimento. In tale fase il Virus libera il suo patrimonio genetico (RNAm) e lo inserisce nel messaggio genetico della cellula, mandando dei “falsi messaggi” alla cellula stessa, per cui questa mette a disposizione tutte, o parte delle sue risorse (energia, strutture citoplasmatiche, molecole quali le proteine, ecc.), per assemblare nuovi Virus detti VIRIONI. In questa fase si attivano anche le difese immunitarie, e ciò crea una forte infiammazione, causando quella “tempesta citochinica” di cui si è molto parlato. Sia L’attacco diretto del Virus alle cellule sia la “tempesta citochinica” causano importanti alterazioni metabolico/strutturali delle cellule colpite, che perdono le proprie capacità metaboliche/funzionali. È come se le cellule del nostro corpo funzionassero al 30-50% della loro normale funzione, ed occorre tempo perché la cellula, se non viene uccisa dal Virus, ripristini il proprio patrimonio sia strutturale sia energetico per ritornare a svolgere le proprie normali attività funzionali/metaboliche.

È importante sottolineare che il Covid-19 attacca quasi tutte le cellule del nostro corpo. I sintomi clinici sono prevalentemente polmonari perché il Virus entra con il respiro e la prima nostra struttura anatomica che incontra è il polmone. A supporto di tale affermazione dobbiamo ricordare che esistono infatti una serie di sintomi extra-polmonari collegati all’infezione da Covid che riguardano altri organi o sistemi quali l’intestino, il cuore, il cervello, i muscoli, il sistema cardiocircolatorio, il rene.

Molte delle proteine che il virus demolisce, per poterle cannibalizzare, sono enzimi contenenti un gruppo Eme caratterizzato per aver e al suo interno un atomo di Ferro. Di notevole importanza è sottolineare che gli enzimi Eme svolgono fondamentali funzioni all’interno della cellula quali la produzione di energia nei mitocondri (citocromi) e l’effetto detossificante contro specifiche molecole (citrocromo P 450) o contro i radicali liberi dell’ossigeno (catalasi e perossidasi). Durante i processi di lisi virale, dagli enzimi Eme demoliti, si liberano le molecole di Ferro che possono ulteriormente amplificare il danno cellulare innescando una reazione detta ferro-apoptosi che causa la morte cellulare indipendentemente dall’infezione virale.

Semplici valutazioni plasmatiche, quali la ferritina, l’albumina e l’emoglobina, ci indicano quanto è stato grande il danno cellulare virus-indotto di lisi proteica, inclusa la demolizione degli enzimi Eme.

Da quanto detto in precedenza si capisce facilmente che le proteine, enzimatiche e non, sono componenti essenziali di tutte le cellule e che il loro depauperamento, che segue all’attacco virale, rischia proprio di provocare la sindrome post-Covid: debolezza, dolori e alterazioni funzionali a livello muscolare, astenia…»

Come fare allora per attivare una corretta riabilitazione post-Covid andando a tamponare i danni della lisi proteica e, di conseguenza, la sintomatologia correlata?

«Innanzitutto sarà necessaria una diagnosi, perché la sintomatologia, seppur grave e/o indicativa, da sola non è sufficiente per stabilire che siamo di fronte ad un paziente con sindrome post-Covid.

Servirà almeno fare i seguenti esami ematici:

emocromo con la valutazione della cinetica del Ferro (sideremia, transferrina, ferritina) per valutare l’infiammazione ed il danno proteolitico delle molecole (emoglobina) e degli enzimi contenenti gruppo Eme;

PCR per testare il grado di infiammazione;

albuminemia per quantificare l’alterazione del metabolismo proteico;

dosaggio di vitamine importanti per il metabolismo proteico quali la Vitamina D, B12, B6 e Acido Folico.

Una volta valutati gli esiti, si potrà intervenire rinforzando le vie metaboliche cellulari grazie all’attività fisica e supportando attivamente la neo-formazione di quelle molecole, quali le proteine, che sono state “scippate” dal Virus.

Un’integrazione ad hoc con aminoacidi e vitamine, là dove si evidenzino carenze, è il primo passo per impostare un’adeguata terapia medica.

Dati scientifici preliminari indicano che la supplementazione con vitamine e specifiche miscele di singoli aminoacidi, prevalentemente essenziali, formulate in base ai bisogni metabolici dell’essere umano, aiutano le cellule a ripristinare il loro patrimonio metabolico e la loro funzione. Quindi, e sempre sotto controllo di un medico specialista, fare riabilitazione motoria adeguata alla persona ed introdurre supporti nutrizionali, quali-quantitativamente adeguati ai bisogni cellulari, aiuta senz’altro il recupero in caso di sindrome post-Covid.

Ma quali sono gli aminoacidi che si prestano meglio a questo tipo di intervento nutrizionale?

«Anche le proteine più nobili, in natura, hanno il 40% di aminoacidi essenziali ed il 60% di non essenziali. I 9 Aminoacidi detti “essenziali”- Leucina, Isoleucina, Valina, Lisina, Metionina, Fenilalanina, Treonina, Triptofano, Istidina – devono essere assunti categoricamente con l’alimentazione o con gli integratori in quanto il nostro metabolismo non è in grado di sintetizzarli. Al contrario, gli altri aminoacidi, detti “Non Essenziali”, possono essere sintetizzati partendo dalle varie molecole già disponibili. Dobbiamo inoltre ricordare che l’azoto contenuto negli aminoacidi “non essenziali” “pesa” sui reni, dove si accumula, costituendo sostanza di scarto che può intasare i sistemi di smaltimento rendendo meno efficiente la sintesi proteica. Ecco perché, meglio di un’alimentazione iper-proteica, che può causare problemi a livello renale, ideale sarebbe assumere una miscela di singoli aminoacidi essenziali “human tailored”, cioè specifici per gli esseri umani ed altamente biodisponibili. La peculiarità di un mix perfetto sta nel contenere gli aminoacidi nel rapporto, fra di loro, uguale a quello richiesto dall’organismo e nell’essere di altissima qualità e purezza, valutata e garantita per ogni singolo lotto. Non sono molte le tipologie di integratori che possono garantire questi standard quali-quantitativi, oltre che un’efficacia provata supportata anche da studi internazionali. Tra questi, io utilizzo Nutrixam® di NAMED®», conclude il Dr. Pasini.

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